domenica 11 ottobre 2026

Deep Forest a Milano: la bellezza del mondo e il dolore dell’umanità

 

All'ARCI Bellezza, Éric Mouquet porta la musica dei Deep Forest fra culture, natura e dolore della guerra. Il racconto di una serata intensa.

All’ARCI Bellezza,  meno di cento persone per il primo concerto italiano dei Deep Forest.  Éric Mouquet porta sul palco una musica che attraversa culture e paesaggi. Il racconto di un’esperienza vissuta a Kiev e la canzone To Heaven aggiungono alla serata una dimensione umana profonda. Ma c’è anche qualcosa di difficile da spiegare: la capacità di questi suoni di farci sentire, nello stesso istante, tutta la meraviglia del mondo e il dolore che gli esseri umani sono capaci di provocare.

Venerdì 9 ottobre 2026, all’ARCI Bellezza di Milano, eravamo meno di cento persone. Io ero praticamente sotto il palco, a pochi passi da Éric Mouquet.  Una dimensione raccolta, lontana dai grandi concerti, che ha reso la serata ancora più bella. Niente distanze, niente folla oceanica: soltanto la musica, le immagini e un pubblico che partecipava con attenzione.

Per i Deep Forest era la prima volta in Italia. Lo ha raccontato lo stesso Mouquet durante il concerto,  parlando in inglese. Lui nel nostro Paese era già stato altre volte, soprattutto in Toscana, che ama molto, ma non aveva mai suonato qui con il suo progetto musicale, neppure negli anni in cui lo condivideva con Michel Sanchez. Oggi il percorso dei Deep Forest prosegue sotto la sua guida.

Mouquet ha raccontato di aver apprezzato l’accoglienza e la partecipazione del pubblico italiano. E pensare che eravamo così pochi. Forse proprio quella dimensione intima ha permesso di vivere la serata in modo particolare, seguendo da vicino non soltanto la musica, ma anche ciò che accadeva sul palco.

Una scenografia che apre altri mondi

Oltre alla musica, mi hanno colpito le immagini proiettate durante il concerto. Non erano un semplice accompagnamento visivo: almeno per me, diventavano parte integrante dell’esperienza, qualcosa da osservare e interpretare mentre i suoni si intrecciavano.

C’erano alberi e foreste, paesaggi spettacolari che in alcuni momenti mi hanno ricordato *Avatar*, con quella natura immaginaria, potente, quasi aliena. Poi le farfalle, i volti di persone con origini diverse, le figure che si alternavano sullo schermo. E ancora forme geometriche, figure umane trasparenti, quasi robotiche, come se l’essere umano si stesse trasformando in qualcosa di nuovo, sospeso fra natura e tecnologia.

Mi è rimasta impressa anche una figura enorme, un insetto dalle sembianze quasi umane, che danzava, e il volto di un uomo anziano dalla lunga barba bianca. Immagini enigmatiche, che non saprei ricondurre a un significato preciso, ma che contribuivano a creare un mondo visivo ricco di suggestioni.

Guardandole, mi sono chiesto quale fosse il filo che le univa. La natura, le culture, l’essere umano, la tecnologia: mondi apparentemente lontani che convivevano sullo schermo, mentre la musica li teneva insieme.

Non so se fosse questo il messaggio che Mouquet voleva trasmettere attraverso ogni singola immagine. So però che quelle scene mi hanno fatto pensare alla diversità come ricchezza, al rapporto fra l’uomo e il pianeta e a un futuro nel quale la tecnologia può trasformare profondamente il nostro modo di vivere.

Poi Éric Mouquet  ha parlato di Kiev. E il concerto ha acquistato un’altra profondità

Kiev, quando la guerra entra nella vita

Mouquet ha raccontato un episodio che lo ha segnato. Durante un viaggio in Ucraina per alcuni concerti, nel 2024, si trovava a Kiev quando un attacco missilistico colpì la città, coinvolgendo anche l’ospedale pediatrico Okhmatdyt.

L’artista ha raccontato di essersi trovato, per la prima volta, di fronte alla realtà della guerra non attraverso uno schermo o leggendo le notizie, ma vivendo da vicino la paura e la consapevolezza di una tragedia.

È difficile immaginare che cosa significhi trovarsi in una situazione del genere, sentire il rumore di un’esplosione e sapere che, da qualche parte lì vicino, ci sono bambini, famiglie, persone che stavano semplicemente vivendo la propria giornata.

La guerra, raccontata da chi ne ha percepito direttamente la presenza, smette di essere un fatto lontano. Non è più soltanto una notizia, una sequenza di immagini o un numero aggiornato nei notiziari. Diventa un’esperienza che lascia un segno e costringe a confrontarsi con la fragilità della vita.

Per Mouquet, quell’esperienza ha rappresentato anche una spinta a trasformare in musica emozioni difficili da esprimere con le sole parole. È una dimensione che ritroviamo in uno dei brani del suo nuovo album, *SOUL*, pubblicato il 2 ottobre 2026.

To Heaven, una canzone dedicata alle vittime delle guerre

Il brano si intitola To Heavened è realizzato con Nataliia, la musicista ucraina conosciuta come   ONUKA.  La musica è di Éric Mouquet, mentre il testo è stato scritto da Nataliia (Nata Žyžčenko). La canzone è dedicata alle vittime delle guerre, in Ucraina e nel resto del mondo.

Mouquet ha spiegato che il suo intento era trasformare in musica ciò che aveva provato davanti alla realtà della guerra. Nel suo messaggio parla delle madri che piangono i propri figli, delle persone che perdono i compagni, le mogli, i mariti, le famiglie. Ovunque, la sofferenza è la stessa.

La collaborazione con ONUKA rende questo incontro particolarmente significativo. La sua voce appartiene a una musicista ucraina, portatrice di una sensibilità che si confronta con una realtà nazionale segnata dalla guerra. Il brano, tuttavia, allarga lo sguardo a tutte le persone che subiscono la violenza dei conflitti.

Non significa mettere sullo stesso piano le responsabilità dei diversi attori o cancellare le ragioni storiche delle guerre. Significa non perdere di vista le persone che ne pagano il prezzo.

Chi viene ucciso, chi perde un figlio, chi deve abbandonare la propria casa, chi vede distrutto il luogo in cui è cresciuto non è soltanto una statistica. È una vita che non potrà più essere quella di prima. È una famiglia spezzata, una comunità ferita, una storia personale interrotta.

Le guerre distruggono edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, legami, tradizioni e possibilità. Quando una popolazione è costretta a fuggire, quando una città viene devastata, quando una lingua o un luogo della memoria rischiano di scomparire, a impoverirsi è l’intera umanità.

E quando a morire sono i bambini, viene colpita anche la speranza di ciò che il mondo avrebbe potuto diventare.

Mouquet non pretende che una canzone possa fermare una guerra. Affida piuttosto alla musica la possibilità di rendere il mondo un po’ più sensibile, più umano, più bello. È una speranza piccola se confrontata con la portata delle tragedie, ma non per questo insignificante.

La ricchezza delle culture, un patrimonio comune

Ripensando alle immagini proiettate durante il concerto, mi è venuto spontaneo collegarle a questo messaggio.

I volti di persone con origini diverse, le foreste, le farfalle, le figure quasi artificiali e le forme geometriche sembravano comporre un racconto fatto di mondi che si incontrano. Non so se fosse questa l’intenzione precisa della scenografia, ma è ciò che ho percepito.

I Deep Forest hanno costruito la propria identità musicale mettendo in relazione l’elettronica con voci e sonorità provenienti da tradizioni culturali differenti. Il loro linguaggio sonoro attraversa confini e linguaggi, mostrando come elementi lontani possano incontrarsi e dare vita a qualcosa di nuovo.

È una ricerca che mi colpisce perché mette al centro la possibilità di ascoltare ciò che viene da altrove, accoglierlo e trasformarlo senza necessariamente cancellarne le origini. Le differenze non sono un ostacolo da superare, ma una ricchezza da conoscere.

La guerra, al contrario, separa e disperde. Non colpisce soltanto le persone, ma anche il patrimonio culturale che le comunità custodiscono e trasmettono. Ogni cultura porta con sé conoscenze, memorie, suoni, lingue e modi di interpretare il mondo. Un patrimonio che non appartiene soltanto a chi lo ha ereditato, ma che arricchisce l’intera umanità.

Per questo ho trovato significativo il contrasto fra la ricchezza delle immagini e la storia raccontata da Mouquet. Da una parte un mondo fatto di differenze, trasformazioni e incontri; dall’altra una realtà nella quale la violenza può spezzare vite e distruggere ciò che generazioni intere hanno costruito.

Non è necessario attribuire a ogni immagine un significato politico preciso. A volte è sufficiente lasciarsi attraversare da ciò che si vede e si ascolta, e provare a mettere insieme le sensazioni che emergono.

I vecchi brani, ancora vivi

Naturalmente, è stata anche una bellissima occasione per ascoltare la musica dei Deep Forest. I brani storici sono stati ripresi e riarrangiati, mantenendo la loro identità ma acquistando nuove sfumature.

Riascoltarli dal vivo, dopo tanti anni, è stata una bella emozione. Il progetto è cambiato, Michel Sanchez non ne fa più parte, ma Mouquet continua a portare avanti quella ricerca sonora che ha reso riconoscibili i Deep Forest. Non una semplice ripetizione del passato, ma un modo di riprenderlo e farlo dialogare con il presente.

Tra le sorprese della serata, Éric ha eseguito ancheWhile the Earth Sleeps, il brano realizzato nel 1995 insieme a Peter Gabriel  e pubblicato nell’album Boheme. La voce di Gabriel, proveniente dalla registrazione originale, è tornata a intrecciarsi con la musica suonata dal vivo da Mouquet.

Non me l’aspettavo. È stato davvero bello ritrovare quel brano dopo tanti anni, ascoltandolo a pochi metri dal musicista che lo aveva creato. Un momento speciale, che ha riportato per qualche minuto tutta la magia di quella collaborazione e il ricordo di una stagione musicale che continua a parlarci.

Quando i suoni arrivano dove le parole non bastano

Sono uscito dall’ARCI Bellezza con il ricordo di un concerto davvero bello, ma soprattutto con un’emozione che faccio fatica a descrivere. Ed è forse proprio questo l’aspetto che vorrei raccontare a chi non conosce i Deep Forest.

La loro musica non si limita a fondere elettronica, ritmi e voci provenienti da culture diverse. Riesce a creare un’esperienza nella quale i suoni sembrano parlare direttamente a qualcosa che abbiamo dentro, anche quando non conosciamo le parole pronunciate dalle voci campionate, non sappiamo da dove provengano e non ne comprendiamo il significato originario.

Ci sono momenti in cui la potenza di questi suoni mi fa sentire quanto possa essere meraviglioso il mondo, quanto sia ricco di culture, voci e umanità. Poi emergono quei richiami quasi ancestrali, quelle voci che sembrano arrivare da lontano, quei lamenti che si intrecciano con la musica e che, almeno per me, diventano la voce di un dolore senza confini: quello delle persone che subiscono violenze, delle popolazioni perseguitate, di chi soffre per le atrocità commesse da altri esseri umani.

Non sto dicendo che ogni voce campionata sia nata per esprimere sofferenza, né che questo sia necessariamente il significato voluto da Mouquet. Racconto ciò che succede a me quando ascolto quella musica. È la mia interpretazione, una sensazione personale che nasce dall’incontro fra i suoni, le immagini e il modo in cui li vivo.

Da una parte sento tutta la bellezza che il mondo potrebbe esprimere, dall’altra percepisco il dolore che noi esseri umani siamo capaci di provocare. E la cosa straordinaria è che questi due sentimenti non si escludono. Convivono, si sovrappongono, si amplificano a vicenda, fino a commuovermi.

Forse è questo che rende così potente l’esperienza dei Deep Forest: non serve che la musica ci consegni un messaggio già definito. Ci lascia uno spazio nel quale ciascuno può ritrovare qualcosa di sé, della propria sensibilità e del proprio modo di guardare il mondo.

Sono lingue diverse, storie lontane, culture che non sempre conosciamo. Eppure, attraverso quei suoni, sento qualcosa che ci accomuna: la capacità di provare meraviglia davanti alla bellezza e di soffrire davanti al dolore degli altri.

Non credo che la musica possa cambiare da sola il corso della storia. Può però aiutarci a non diventare indifferenti, a ricordarci che dietro ogni conflitto ci sono persone, famiglie, sogni e possibilità di vita. E può farci riscoprire quanto sarebbe bello un mondo capace di custodire le proprie differenze invece di trasformarle in ragioni di scontro.

Quella sera, a pochi metri da Éric Mouquet, ho ritrovato tutto questo in una musica che conosco da anni e che continua a sorprendermi. Eravamo meno di cento a condividerla all’ARCI Bellezza, ma l’emozione che mi ha lasciato va ben oltre le dimensioni della sala.

Perché ogni volta che una voce lontana riesce a raggiungerci così profondamente, forse ci ricorda che, prima delle differenze che ci separano, esiste qualcosa che ci unisce: la nostra comune umanità.

Note

Nota sull’immagine

L’immagine simbolica che accompagna questo articolo non riproduce né rappresenta le scenografie proiettate durante il concerto dei Deep Forest a Milano, il 9 ottobre 2026. È stata realizzata con l’intelligenza artificiale di Canva per dare forma visiva alle sensazioni e alle riflessioni maturate assistendo alla serata. La musica è rappresentata come un flusso di luce che attraversa e unisce la foresta, le forme organiche, la tecnologia e volti umani diversi. Le crepe e i frammenti scuri evocano la sofferenza provocata dalla guerra, senza mostrarla direttamente. La pianta luminosa e il varco che si apre all’orizzonte suggeriscono invece la possibilità di guarigione, la speranza e un’umanità capace di superare i confini.

Nota su attacco missilistico a Kiev


L’episodio di Kiev: l’attacco all ‘ospedale pediatrico Okhmatdyt  avvenne l’8 luglio 2024.  La data è confermata dalle autorità ucraine e da organizzazioni internazionali.

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