lunedì 12 ottobre 2026

Continueremo a Guardare la Luna

 Continueremo a guardare la luna


 


*Peter Gabriel, Eric Mouquet e quella bellezza che l'umanità sembra incapace di custodire. Una riflessione nata dalla musica, sul nostro modo di guardare il mondo e sulla necessità di andare oltre i confini del nostro piccolo orizzonte.*

Al concerto dei Deep Forest all'Arci Bellezza di Milano che si è tenuto il 9 Ottobre 2026, unica data in Italia, ho provato due sensazioni che continuavano a rincorrersi. Da una parte la meraviglia per la capacità dell'essere umano di creare bellezza, di mettere in relazione culture lontane, di trasformare voci, suoni e immagini in un linguaggio capace di parlare a tutti. Dall'altra, il dolore pensando a quanto siamo ancora capaci di distruggere, di dividerci, di alimentare odio e guerre.

Poi ho ripensato a Peter Gabriel e alla frase con cui si chiude la recensione del suo progetto *o\i*: «Continueremo a guardare la luna».

Ed è come se qualcosa si fosse ricomposto.

Non so se Peter Gabriel ed Eric Mouquet condividano esattamente il mio stesso pensiero. Non pretendo di conoscere le intenzioni profonde degli artisti che ascolto. So, però, che la loro musica ha incontrato una sensibilità che sento mia da sempre, e che quella frase ha dato voce a una riflessione che ieri sera, attraverso le immagini e le sonorità dei Deep Forest, è diventata ancora più forte.

Perché, in fondo, è proprio questo che cerco nella musica: non soltanto emozioni, ma la possibilità di guardare il mondo con occhi diversi.


Quando la musica supera i confini

La musica di Eric Mouquet, che ha dato vita ai Deep Forest insieme a Michel Sanchez, nasce dall'incontro fra sonorità elettroniche, ritmi contemporanei e voci legate a tradizioni culturali differenti. È una ricerca che, fin dagli esordi del progetto, ha portato nel panorama musicale internazionale suggestioni provenienti da luoghi lontani, mettendo in relazione linguaggi che raramente trovavano spazio nella stessa composizione.

Al concerto dell'Arci Bellezza, questa ricerca ha assunto anche una dimensione visiva. Le immagini di foreste, volti, culture, guerre e speranze accompagnavano la musica, creando un percorso nel quale la bellezza della diversità umana si intrecciava con le contraddizioni del nostro tempo.

Non era necessario ricondurre ogni immagine a un significato preciso. Il loro accostamento alla musica lasciava spazio alle emozioni e alle interpretazioni personali. Ed è proprio in questo spazio che ho sentito nascere la mia riflessione.

Le culture del mondo sono diverse, le lingue sono diverse, le storie dei popoli sono diverse. Eppure siamo capaci di riconoscere la bellezza anche quando proviene da una realtà lontana dalla nostra. Possiamo emozionarci ascoltando una voce di cui non comprendiamo le parole, lasciarci trasportare da un ritmo che non appartiene alla nostra tradizione, riconoscere qualcosa di profondamente umano in un'espressione artistica che non avevamo mai incontrato.

Non occorre conoscere la storia di chi canta per sentire che quella voce ci raggiunge.

La musica dimostra così una possibilità che nella vita quotidiana sembra spesso difficile da realizzare: incontrarsi senza essere uguali, condividere qualcosa senza dover cancellare le differenze.

E allora viene spontaneo chiedersi perché questa capacità, che nell'arte può manifestarsi con tanta naturalezza, fatichi ancora a diventare un principio fondamentale del nostro modo di vivere insieme.
 

La stessa umanità che crea bellezza

È questo il pensiero che mi ha accompagnato durante il concerto. La meraviglia per ciò che sappiamo creare si accompagnava alla sofferenza per ciò che continuiamo a distruggere.

L'umanità ha prodotto musica, poesia, letteratura, scienza, conoscenza. Ha costruito città, ponti e ospedali, ha esplorato lo spazio, ha sviluppato strumenti capaci di migliorare la vita di milioni di persone. Esseri umani sconosciuti gli uni agli altri hanno collaborato per realizzare opere che nessuno avrebbe potuto costruire da solo.

Eppure, mentre siamo capaci di tutto questo, continuiamo a combattere guerre, a perseguitare persone, a devastare territori, a consumare risorse senza considerare adeguatamente le conseguenze sulle generazioni future.

La contraddizione non è soltanto morale. È anche profondamente razionale.

Abbiamo conoscenze scientifiche, tecnologie e risorse che potrebbero essere impiegate per affrontare molti dei problemi che mettono a rischio il nostro futuro. Sappiamo quanto sia importante proteggere gli ecosistemi, ridurre gli sprechi, distribuire meglio le opportunità, prevenire i conflitti e investire nell'istruzione. Eppure la capacità di riconoscere un problema non coincide necessariamente con la volontà collettiva di risolverlo.

Interessi economici, ambizioni personali, rivalità geopolitiche e concentrazioni di potere possono condizionare le decisioni che riguardano intere popolazioni. I costi ricadono spesso su chi ha meno possibilità di difendersi, mentre i benefici si concentrano nelle mani di chi dispone di maggiori risorse e influenza.

Com'è possibile che una minoranza di persone, grazie al denaro, al potere e al controllo delle informazioni, riesca a condizionare il destino di miliardi di esseri umani che, in larga parte, desiderano vivere, amare, lavorare, crescere i propri figli e stare in pace?

Non esiste una sola risposta, e sarebbe sbagliato immaginare il mondo come una contrapposizione semplicistica fra pochi responsabili e una maggioranza sempre innocente. Le responsabilità sono diverse, i contesti sono complessi e le scelte individuali contano.

Ma resta una domanda essenziale: perché la nostra capacità di cooperare, che ci ha permesso di raggiungere risultati straordinari, non riesce a prevalere con la stessa forza quando sono in gioco la pace, la dignità delle persone e la salvaguardia del pianeta?

La bellezza che sappiamo creare dimostra che altre possibilità esistono. Non garantisce che sapremo realizzarle, ma rende ancora meno accettabile l'idea che le cose non possano cambiare.

Un filo invisibile con Peter Gabriel

Dopo il concerto dei Deep Forest, ho letto una recensione di o\i, il progetto di Peter Gabriel. Leggendola, mi sono fermato su un pensiero: era come se Peter avesse trovato le parole per raccontare qualcosa che avevo appena provato anch’io, ascoltando la musica dei Deep Forest.

Durante quel concerto avevo sentito convivere emozioni diverse: la bellezza della musica, il legame profondo con la natura, la ricchezza delle diversità umane, ma anche le ferite di un mondo attraversato da guerre e contraddizioni. Eppure, in mezzo a tutto questo, restava la possibilità di immaginare un futuro diverso.

Poi ho letto le parole conclusive di Peter Gabriel e ho provato una strana sensazione, quella di ritrovare in qualcun altro un pensiero che sentivo mio.

«Continueremo a guardare la luna».

Sì, Peter. È proprio questo che vorrei continuare a fare: alzare lo sguardo, cercare ciò che ci unisce, non smettere di immaginare e di credere che, nonostante tutto, ci sia ancora spazio per un mondo più umano.

Mi sono riconosciuto in questa immagine. Non perché conosca il significato che Gabriel ha voluto attribuirle, ma perché ha dato forma a un pensiero che sentivo già mio.

La musica di Peter Gabriel mi accompagna da tempo, così come mi interessa la ricerca di artisti che non si accontentano di ripetere formule consolidate, ma continuano a esplorare il rapporto fra suono, tecnologia, culture ed esperienza umana. Il suo percorso artistico ha attraversato mondi musicali differenti, senza rinunciare alla sperimentazione e all'attenzione per le questioni che riguardano l'essere umano e la società.

Anche il lavoro di Eric Mouquet, pur seguendo una strada diversa, mi ha portato a riflettere sulle possibilità dell'incontro fra linguaggi culturali e musicali.

Non voglio sostenere che i due artisti abbiano necessariamente la stessa visione del mondo, né che abbiano voluto trasmettere un identico messaggio. Sarebbe una conclusione arbitraria. Il punto è un altro: attraverso opere differenti ho riconosciuto qualcosa che appartiene anche al mio modo di pensare.

È una sensazione difficile da spiegare, ma familiare a chiunque abbia trovato in un libro, in un film o in una canzone parole e immagini capaci di dare voce a qualcosa che portava dentro da tempo.

L'opera nasce dalla sensibilità di chi la crea, ma il suo significato non rimane necessariamente confinato alle intenzioni dell'autore. Quando incontra un ascoltatore, comincia anche un'altra storia: quella delle emozioni che suscita, delle domande che apre, dei pensieri che mette in movimento.

È successo a me, ascoltando i Deep Forest e ripensando a Peter Gabriel.


E forse è proprio questo il filo invisibile che ho avvertito: non una certezza sulle intenzioni degli artisti, ma il riconoscimento di una sensibilità comune, almeno nel modo in cui le loro opere hanno risuonato dentro di me.

Guardare la luna, senza dimenticare la Terra


 

La luna è una presenza che attraversa la storia dell'umanità. Ha accompagnato i viaggi dei nostri antenati, ispirato poeti e musicisti, alimentato racconti e interrogativi. È stata osservata da popoli lontanissimi, in epoche diverse, sotto cieli che appartenevano a territori e culture differenti.

La guardiamo tutti dalla stessa Terra, anche se non nello stesso momento e non sempre con lo stesso significato.


In questa immagine trovo una possibilità di riflessione: guardare la luna significa sollevare lo sguardo oltre il perimetro ristretto della nostra esistenza quotidiana.

Significa ricordarsi che il mondo non coincide con il nostro ambiente, con la nostra città, con il nostro Paese o con il gruppo al quale sentiamo di appartenere. Che la vita degli altri non vale meno della nostra perché si svolge lontano, perché parla un'altra lingua o perché si sviluppa dentro una storia che conosciamo poco.

La luna non elimina le differenze e non rende automaticamente migliori le persone che la osservano. Non porta la pace, non cancella le disuguaglianze e non risolve le ingiustizie. È il significato simbolico che possiamo attribuirle a interessarmi: la possibilità di assumere una prospettiva più ampia, di uscire per un momento dalle nostre certezze e riconoscere che esiste qualcosa oltre il nostro interesse individuale.

Il problema è che troppo spesso restringiamo lo sguardo fino a vedere soltanto ciò che ci appartiene, ciò che ci conviene, ciò che ci distingue dagli altri.

Guardare oltre non significa ignorare quello che accade sulla Terra. Significa, al contrario, provare a comprenderlo senza considerare inevitabile tutto ciò che abbiamo costruito.

La guerra non è una legge della natura. La distruzione degli ecosistemi non è un prezzo che dobbiamo accettare senza discutere in nome del progresso. Le disuguaglianze non sono un destino immutabile. Le differenze culturali non devono necessariamente trasformarsi in ostilità.

Sono problemi reali, che richiedono scelte politiche, responsabilità economiche, partecipazione civile e impegno individuale. Non bastano le buone intenzioni e non basta immaginare un mondo migliore.

Ma senza la capacità di immaginare alternative, difficilmente troveremo la determinazione per costruirle.


Guardare la luna, in questo senso, significa non rinunciare a un orizzonte più ampio. Significa conservare la libertà di pensare che il futuro non debba essere soltanto la ripetizione del presente.
 

La musica non cambia il mondo da sola

Non attribuisco alla musica un potere che non possiede. Un concerto non ferma una guerra, una canzone non elimina la povertà, un album non risolve le contraddizioni di una società.

Sarebbe ingenuo pensare che basti emozionarsi davanti a un'opera per diventare persone più giuste o più consapevoli. Le emozioni possono essere intense e sincere, ma non sempre si traducono in comportamenti coerenti.

Eppure sarebbe altrettanto riduttivo considerare la musica soltanto un intrattenimento.

La musica può mettere in relazione persone che non si conoscono, far emergere sensibilità dimenticate, aprire finestre su culture differenti. Può accompagnare una protesta, custodire una memoria, dare voce a chi non viene ascoltato. Può aiutarci a riconoscere la complessità del mondo e a mettere in discussione le convinzioni che diamo per scontate.

Soprattutto, può ricordarci che esistono esperienze umane che attraversano le divisioni. La paura, il dolore, l'amore, la speranza e il desiderio di vivere in pace non appartengono a una sola nazione o a una sola cultura.

La musica non risolve i conflitti, ma può contribuire a creare le condizioni culturali ed emotive per affrontarli in modo diverso. Non sostituisce la politica, la giustizia o la responsabilità delle istituzioni. Può però alimentare quella sensibilità senza la quale anche le soluzioni più razionali rischiano di rimanere prive di una direzione umana.

È questo che cerco quando ascolto artisti come Peter Gabriel o Eric Mouquet: non necessariamente un messaggio da condividere in ogni sua parte, ma la possibilità di entrare in contatto con un'esperienza che allarghi il mio modo di vedere.

La musica acquista un significato ulteriore quando smette di essere soltanto qualcosa che ascoltiamo e diventa un'occasione per interrogarci su come vogliamo vivere.
Continueremo a guardare la luna

Non so se Peter Gabriel, attraverso *o\i*, volesse esprimere esattamente ciò che ho sentito leggendo quelle parole. Non so se Eric Mouquet, attraverso la musica e le immagini del concerto, intendesse trasmettere la stessa riflessione che ne ho ricavato.

Posso raccontare, però, quello che è accaduto a me. La meraviglia per la capacità umana di creare bellezza si è intrecciata con il dolore per la nostra capacità di distruggerla. E una frase letta in una recensione ha dato a queste sensazioni un'immagine nella quale riconoscermi.

Continueremo a guardare la luna.

Non perché lassù si trovi una risposta a tutto ciò che non riusciamo a comprendere sulla Terra, ma perché abbiamo ancora bisogno di ricordarci che il mondo è più grande dei nostri confini, delle nostre paure e delle nostre ambizioni.

Perché non vogliamo rinunciare alla possibilità di un futuro diverso.

Perché la bellezza che sappiamo creare non rimanga soltanto una parentesi nella nostra storia, ma diventi anche una ragione per prenderci cura gli uni degli altri, della natura e del pianeta che condividiamo.

E perché, mentre continuiamo a guardare la luna, impariamo a guardare anche chi ci sta accanto, chi vive dall'altra parte del mondo, chi non conosciamo, chi non ci somiglia e chi non ha voce per farsi ascoltare.

La luna continuerà a essere lì, sopra di noi, indifferente alle nostre divisioni. Sta a noi decidere se continuare a vivere dentro il nostro orizzonte ristretto oppure trovare il coraggio di allargarlo.

Forse dare un senso alla musica comincia proprio qui: quando smette di essere soltanto qualcosa che ascoltiamo e diventa qualcosa che ci aiuta a capire come vogliamo stare al mondo.

E allora sì, continueremo a guardare la luna. Ma senza dimenticare la Terra e, soprattutto, senza dimenticare gli esseri umani che la abitano insieme a noi.

domenica 11 ottobre 2026

Deep Forest a Milano: la bellezza del mondo e il dolore dell’umanità

 

All'ARCI Bellezza, Éric Mouquet porta la musica dei Deep Forest fra culture, natura e dolore della guerra. Il racconto di una serata intensa.

All’ARCI Bellezza,  meno di cento persone per il primo concerto italiano dei Deep Forest.  Éric Mouquet porta sul palco una musica che attraversa culture e paesaggi. Il racconto di un’esperienza vissuta a Kiev e la canzone To Heaven aggiungono alla serata una dimensione umana profonda. Ma c’è anche qualcosa di difficile da spiegare: la capacità di questi suoni di farci sentire, nello stesso istante, tutta la meraviglia del mondo e il dolore che gli esseri umani sono capaci di provocare.

Venerdì 9 ottobre 2026, all’ARCI Bellezza di Milano, eravamo meno di cento persone. Io ero praticamente sotto il palco, a pochi passi da Éric Mouquet.  Una dimensione raccolta, lontana dai grandi concerti, che ha reso la serata ancora più bella. Niente distanze, niente folla oceanica: soltanto la musica, le immagini e un pubblico che partecipava con attenzione.

Per i Deep Forest era la prima volta in Italia. Lo ha raccontato lo stesso Mouquet durante il concerto,  parlando in inglese. Lui nel nostro Paese era già stato altre volte, soprattutto in Toscana, che ama molto, ma non aveva mai suonato qui con il suo progetto musicale, neppure negli anni in cui lo condivideva con Michel Sanchez. Oggi il percorso dei Deep Forest prosegue sotto la sua guida.

Mouquet ha raccontato di aver apprezzato l’accoglienza e la partecipazione del pubblico italiano. E pensare che eravamo così pochi. Forse proprio quella dimensione intima ha permesso di vivere la serata in modo particolare, seguendo da vicino non soltanto la musica, ma anche ciò che accadeva sul palco.

Una scenografia che apre altri mondi

Oltre alla musica, mi hanno colpito le immagini proiettate durante il concerto. Non erano un semplice accompagnamento visivo: almeno per me, diventavano parte integrante dell’esperienza, qualcosa da osservare e interpretare mentre i suoni si intrecciavano.

C’erano alberi e foreste, paesaggi spettacolari che in alcuni momenti mi hanno ricordato *Avatar*, con quella natura immaginaria, potente, quasi aliena. Poi le farfalle, i volti di persone con origini diverse, le figure che si alternavano sullo schermo. E ancora forme geometriche, figure umane trasparenti, quasi robotiche, come se l’essere umano si stesse trasformando in qualcosa di nuovo, sospeso fra natura e tecnologia.

Mi è rimasta impressa anche una figura enorme, un insetto dalle sembianze quasi umane, che danzava, e il volto di un uomo anziano dalla lunga barba bianca. Immagini enigmatiche, che non saprei ricondurre a un significato preciso, ma che contribuivano a creare un mondo visivo ricco di suggestioni.

Guardandole, mi sono chiesto quale fosse il filo che le univa. La natura, le culture, l’essere umano, la tecnologia: mondi apparentemente lontani che convivevano sullo schermo, mentre la musica li teneva insieme.

Non so se fosse questo il messaggio che Mouquet voleva trasmettere attraverso ogni singola immagine. So però che quelle scene mi hanno fatto pensare alla diversità come ricchezza, al rapporto fra l’uomo e il pianeta e a un futuro nel quale la tecnologia può trasformare profondamente il nostro modo di vivere.

Poi Éric Mouquet  ha parlato di Kiev. E il concerto ha acquistato un’altra profondità

Kiev, quando la guerra entra nella vita

Mouquet ha raccontato un episodio che lo ha segnato. Durante un viaggio in Ucraina per alcuni concerti, nel 2024, si trovava a Kiev quando un attacco missilistico colpì la città, coinvolgendo anche l’ospedale pediatrico Okhmatdyt.

L’artista ha raccontato di essersi trovato, per la prima volta, di fronte alla realtà della guerra non attraverso uno schermo o leggendo le notizie, ma vivendo da vicino la paura e la consapevolezza di una tragedia.

È difficile immaginare che cosa significhi trovarsi in una situazione del genere, sentire il rumore di un’esplosione e sapere che, da qualche parte lì vicino, ci sono bambini, famiglie, persone che stavano semplicemente vivendo la propria giornata.

La guerra, raccontata da chi ne ha percepito direttamente la presenza, smette di essere un fatto lontano. Non è più soltanto una notizia, una sequenza di immagini o un numero aggiornato nei notiziari. Diventa un’esperienza che lascia un segno e costringe a confrontarsi con la fragilità della vita.

Per Mouquet, quell’esperienza ha rappresentato anche una spinta a trasformare in musica emozioni difficili da esprimere con le sole parole. È una dimensione che ritroviamo in uno dei brani del suo nuovo album, *SOUL*, pubblicato il 2 ottobre 2026.

To Heaven, una canzone dedicata alle vittime delle guerre

Il brano si intitola To Heavened è realizzato con Nataliia, la musicista ucraina conosciuta come   ONUKA.  La musica è di Éric Mouquet, mentre il testo è stato scritto da Nataliia (Nata Žyžčenko). La canzone è dedicata alle vittime delle guerre, in Ucraina e nel resto del mondo.

Mouquet ha spiegato che il suo intento era trasformare in musica ciò che aveva provato davanti alla realtà della guerra. Nel suo messaggio parla delle madri che piangono i propri figli, delle persone che perdono i compagni, le mogli, i mariti, le famiglie. Ovunque, la sofferenza è la stessa.

La collaborazione con ONUKA rende questo incontro particolarmente significativo. La sua voce appartiene a una musicista ucraina, portatrice di una sensibilità che si confronta con una realtà nazionale segnata dalla guerra. Il brano, tuttavia, allarga lo sguardo a tutte le persone che subiscono la violenza dei conflitti.

Non significa mettere sullo stesso piano le responsabilità dei diversi attori o cancellare le ragioni storiche delle guerre. Significa non perdere di vista le persone che ne pagano il prezzo.

Chi viene ucciso, chi perde un figlio, chi deve abbandonare la propria casa, chi vede distrutto il luogo in cui è cresciuto non è soltanto una statistica. È una vita che non potrà più essere quella di prima. È una famiglia spezzata, una comunità ferita, una storia personale interrotta.

Le guerre distruggono edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, legami, tradizioni e possibilità. Quando una popolazione è costretta a fuggire, quando una città viene devastata, quando una lingua o un luogo della memoria rischiano di scomparire, a impoverirsi è l’intera umanità.

E quando a morire sono i bambini, viene colpita anche la speranza di ciò che il mondo avrebbe potuto diventare.

Mouquet non pretende che una canzone possa fermare una guerra. Affida piuttosto alla musica la possibilità di rendere il mondo un po’ più sensibile, più umano, più bello. È una speranza piccola se confrontata con la portata delle tragedie, ma non per questo insignificante.

La ricchezza delle culture, un patrimonio comune

Ripensando alle immagini proiettate durante il concerto, mi è venuto spontaneo collegarle a questo messaggio.

I volti di persone con origini diverse, le foreste, le farfalle, le figure quasi artificiali e le forme geometriche sembravano comporre un racconto fatto di mondi che si incontrano. Non so se fosse questa l’intenzione precisa della scenografia, ma è ciò che ho percepito.

I Deep Forest hanno costruito la propria identità musicale mettendo in relazione l’elettronica con voci e sonorità provenienti da tradizioni culturali differenti. Il loro linguaggio sonoro attraversa confini e linguaggi, mostrando come elementi lontani possano incontrarsi e dare vita a qualcosa di nuovo.

È una ricerca che mi colpisce perché mette al centro la possibilità di ascoltare ciò che viene da altrove, accoglierlo e trasformarlo senza necessariamente cancellarne le origini. Le differenze non sono un ostacolo da superare, ma una ricchezza da conoscere.

La guerra, al contrario, separa e disperde. Non colpisce soltanto le persone, ma anche il patrimonio culturale che le comunità custodiscono e trasmettono. Ogni cultura porta con sé conoscenze, memorie, suoni, lingue e modi di interpretare il mondo. Un patrimonio che non appartiene soltanto a chi lo ha ereditato, ma che arricchisce l’intera umanità.

Per questo ho trovato significativo il contrasto fra la ricchezza delle immagini e la storia raccontata da Mouquet. Da una parte un mondo fatto di differenze, trasformazioni e incontri; dall’altra una realtà nella quale la violenza può spezzare vite e distruggere ciò che generazioni intere hanno costruito.

Non è necessario attribuire a ogni immagine un significato politico preciso. A volte è sufficiente lasciarsi attraversare da ciò che si vede e si ascolta, e provare a mettere insieme le sensazioni che emergono.

I vecchi brani, ancora vivi

Naturalmente, è stata anche una bellissima occasione per ascoltare la musica dei Deep Forest. I brani storici sono stati ripresi e riarrangiati, mantenendo la loro identità ma acquistando nuove sfumature.

Riascoltarli dal vivo, dopo tanti anni, è stata una bella emozione. Il progetto è cambiato, Michel Sanchez non ne fa più parte, ma Mouquet continua a portare avanti quella ricerca sonora che ha reso riconoscibili i Deep Forest. Non una semplice ripetizione del passato, ma un modo di riprenderlo e farlo dialogare con il presente.

Tra le sorprese della serata, Éric ha eseguito ancheWhile the Earth Sleeps, il brano realizzato nel 1995 insieme a Peter Gabriel  e pubblicato nell’album Boheme. La voce di Gabriel, proveniente dalla registrazione originale, è tornata a intrecciarsi con la musica suonata dal vivo da Mouquet.

Non me l’aspettavo. È stato davvero bello ritrovare quel brano dopo tanti anni, ascoltandolo a pochi metri dal musicista che lo aveva creato. Un momento speciale, che ha riportato per qualche minuto tutta la magia di quella collaborazione e il ricordo di una stagione musicale che continua a parlarci.

Quando i suoni arrivano dove le parole non bastano

Sono uscito dall’ARCI Bellezza con il ricordo di un concerto davvero bello, ma soprattutto con un’emozione che faccio fatica a descrivere. Ed è forse proprio questo l’aspetto che vorrei raccontare a chi non conosce i Deep Forest.

La loro musica non si limita a fondere elettronica, ritmi e voci provenienti da culture diverse. Riesce a creare un’esperienza nella quale i suoni sembrano parlare direttamente a qualcosa che abbiamo dentro, anche quando non conosciamo le parole pronunciate dalle voci campionate, non sappiamo da dove provengano e non ne comprendiamo il significato originario.

Ci sono momenti in cui la potenza di questi suoni mi fa sentire quanto possa essere meraviglioso il mondo, quanto sia ricco di culture, voci e umanità. Poi emergono quei richiami quasi ancestrali, quelle voci che sembrano arrivare da lontano, quei lamenti che si intrecciano con la musica e che, almeno per me, diventano la voce di un dolore senza confini: quello delle persone che subiscono violenze, delle popolazioni perseguitate, di chi soffre per le atrocità commesse da altri esseri umani.

Non sto dicendo che ogni voce campionata sia nata per esprimere sofferenza, né che questo sia necessariamente il significato voluto da Mouquet. Racconto ciò che succede a me quando ascolto quella musica. È la mia interpretazione, una sensazione personale che nasce dall’incontro fra i suoni, le immagini e il modo in cui li vivo.

Da una parte sento tutta la bellezza che il mondo potrebbe esprimere, dall’altra percepisco il dolore che noi esseri umani siamo capaci di provocare. E la cosa straordinaria è che questi due sentimenti non si escludono. Convivono, si sovrappongono, si amplificano a vicenda, fino a commuovermi.

Forse è questo che rende così potente l’esperienza dei Deep Forest: non serve che la musica ci consegni un messaggio già definito. Ci lascia uno spazio nel quale ciascuno può ritrovare qualcosa di sé, della propria sensibilità e del proprio modo di guardare il mondo.

Sono lingue diverse, storie lontane, culture che non sempre conosciamo. Eppure, attraverso quei suoni, sento qualcosa che ci accomuna: la capacità di provare meraviglia davanti alla bellezza e di soffrire davanti al dolore degli altri.

Non credo che la musica possa cambiare da sola il corso della storia. Può però aiutarci a non diventare indifferenti, a ricordarci che dietro ogni conflitto ci sono persone, famiglie, sogni e possibilità di vita. E può farci riscoprire quanto sarebbe bello un mondo capace di custodire le proprie differenze invece di trasformarle in ragioni di scontro.

Quella sera, a pochi metri da Éric Mouquet, ho ritrovato tutto questo in una musica che conosco da anni e che continua a sorprendermi. Eravamo meno di cento a condividerla all’ARCI Bellezza, ma l’emozione che mi ha lasciato va ben oltre le dimensioni della sala.

Perché ogni volta che una voce lontana riesce a raggiungerci così profondamente, forse ci ricorda che, prima delle differenze che ci separano, esiste qualcosa che ci unisce: la nostra comune umanità.

Note

Nota sull’immagine

L’immagine simbolica che accompagna questo articolo non riproduce né rappresenta le scenografie proiettate durante il concerto dei Deep Forest a Milano, il 9 ottobre 2026. È stata realizzata con l’intelligenza artificiale di Canva per dare forma visiva alle sensazioni e alle riflessioni maturate assistendo alla serata. La musica è rappresentata come un flusso di luce che attraversa e unisce la foresta, le forme organiche, la tecnologia e volti umani diversi. Le crepe e i frammenti scuri evocano la sofferenza provocata dalla guerra, senza mostrarla direttamente. La pianta luminosa e il varco che si apre all’orizzonte suggeriscono invece la possibilità di guarigione, la speranza e un’umanità capace di superare i confini.

Nota su attacco missilistico a Kiev


L’episodio di Kiev: l’attacco all ‘ospedale pediatrico Okhmatdyt  avvenne l’8 luglio 2024.  La data è confermata dalle autorità ucraine e da organizzazioni internazionali.

lunedì 9 marzo 2026

What Lies Ahead di Peter Gabriel è un viaggio tra invenzione, visione e intuizione, un omaggio a coloro che, sfidando il presente, plasmano il futuro.

“What Lies Ahead” è un invito a guardare avanti, a riconoscere il valore della curiosità, della determinazione e del coraggio creativo. Gabriel trasforma la figura dell’inventore in metafora della nostra epoca, dove tecnologia, intuizione e poesia si intrecciano, mostrando che il futuro non è predeterminato: è nelle mani di chi osa immaginarlo e costruirlo.

Peter Gabriel – What Lies Ahead (Bright-Side Mix) Lyrics | Genius Lyrics

 

Con il suo terzo singolo estratto dall’album o\i, Peter Gabriel si conferma maestro nell’arte di unire poesia, tecnologia e riflessione sociale. “What Lies Ahead” non è solo una canzone: è un omaggio alla mente visionaria, al coraggio creativo e alla perseveranza che trasformano l’idea in realtà.

L’apertura del brano ci catapulta su una collina solitaria, tra tralicci e strutture che evocano le torri di trasmissione di Nikola Tesla. Le scariche blu e i fulmini che lambiscono il terreno non sono solo immagini suggestive: incarnano l’energia pulsante della scoperta scientifica, il rischio e la potenza del processo creativo. I ronzii elettronici, i crepitii e le spirali di rame diventano quasi una colonna sonora dell’ingegno che sfida il presente.

Gabriel esplora la condizione dei visionari con versi come “tirato fuori dal nulla, forgiato nel fallimento” e “nuoti controcorrente”. L’isolamento, le difficoltà e l’incomprensione sociale non vengono idealizzati: sono parte integrante del percorso che porta a vedere ciò che gli altri non osano nemmeno immaginare. Il brano celebra la resilienza di chi persiste, anche controcorrente, nella creazione di qualcosa di nuovo.

Al centro della composizione emerge l’immagine di un mondo interconnesso, “che scorre come un cervello”: un’intelligenza globale che unisce persone, tecnologie e idee. È qui che la visione di Gabriel diventa universale: il progresso nasce dalla tensione tra fallimento e intuizione, tra isolamento e azione, e il futuro prende forma nelle mani di chi osa sperimentare.

Il legame personale del brano è evidente: Gabriel si ispira a suo padre, Ralph Gabriel, ingegnere e inventore, e alla sua lotta per trasformare le idee in realtà. L’archetipo dell’inventore geniale ma incompreso richiama Tesla e sottolinea la sfida universale di chi vede il futuro prima degli altri. Non meno importante è la collaborazione familiare: la melodia originale nasce da un suggerimento del figlio di Peter, Isaac Gabriel, creando un ponte tra generazioni.


Cosa dice la canzone ?

On the hilltop, high above us

Stood his place of work

From its rooftop grew the tall mast

Reaching up to the sky

All around the blue corona

Lightning licks the ground

Charging through the coils of copper

While hums and crackles sound
Pulled from nowhere, forged in failure

You swim against the tide

All the while you see so clearly

All that lies ahead

You see the world now all connected

Flowing as a brain

You see the world the way it will be

Unfolding in your hands

What lies ahead

What lies ahead

Is forming in your hands


TRADUZIONE
Sulla cima della collina, alta sopra di noi

Stava il suo luogo di lavoro

Dal suo tetto cresceva l’alto albero maestro

Che si protendeva verso il cielo

Tutto intorno la corona azzurra

Il fulmine lambisce il terreno

Correndo attraverso le bobine di rame

Mentre ronzio e scoppiettii risuonano
Estratto dal nulla, forgiato nel fallimento

Nuoti controcorrente

E nel frattempo vedi così chiaramente

Tutto ciò che ti attende

Vedi il mondo ora tutto connesso

Fluire come un cervello

Vedi il mondo com’è destinato a essere

Svelarsi tra le tue mani

Ciò che ti attende

Ciò che ti attende

Si sta formando tra le tue mani

martedì 24 febbraio 2026

PETIZIONE NAZIONALE CONTRO IL RICORSO AL CONSILGLIO DI SSTATO DOPO SENTENZA DEL TAR SU AREA SAN FRANCESCO DI SAN DONATO MILANESE

 San Donato Milanese: la tutela del verde arriva al Consiglio di Stato. Una partita che riguarda tutta l’Italia
 
Banner Petizione contro ricorso a Consiglio di Stato dopo sentenza del TAR

 C’è una differenza sostanziale tra una scelta tecnica e una scelta politica.
Il ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che impone il rispetto dei vincoli ambientali non è un atto neutro. È una dichiarazione di priorità.
A San Donato Milanese, nell’area San Francesco, la recente decisione del TAR ha riaffermato un principio elementare: la quota di verde fruibile prevista dalla convenzione urbanistica del 1993 deve essere rispettata. Non è un dettaglio burocratico. È un impegno pubblico. È un patto con la città.

 
La sentenza ha annullato la delibera del 2021 che autorizzava il progetto “Sport Life City” — arena, strutture sportive, funzioni commerciali — riportando l’area a “zona bianca” nel PGT. In termini urbanistici significa una sola cosa: si riparte da zero. Serve una nuova pianificazione.
Eppure l’Amministrazione ha scelto di impugnare la decisione davanti al Consiglio di Stato.
Non è solo una questione locale


Questa non è una vicenda che riguarda esclusivamente San Donato Milanese.
Se passa il principio che un’Amministrazione possa aggirare — o tentare di superare — una sentenza che tutela vincoli ambientali sottoscritti in convenzioni urbanistiche, il precedente si estende ben oltre i confini comunali.
La petizione promossa per fermare il ricorso non è quindi rivolta soltanto ai cittadini sandonatesi. È un appello a tutti i cittadini italiani.

 Firma la petizione Non è solo una questione locale Questa non è una vicenda che riguarda esclusivamente San Donato Milanese.
 Se passa il principio che un’Amministrazione possa aggirare — o tentare di superare — una sentenza che tutela vincoli ambientali sottoscritti in convenzioni urbanistiche, il precedente si estende ben oltre i confini comunali. La petizione promossa per fermare il ricorso non è quindi rivolta soltanto ai cittadini sandonatesi. È un appello a tutti i cittadini italiani. Perché il nodo è semplice: le convenzioni urbanistiche sono strumenti giuridici che regolano l’equilibrio tra interesse pubblico e intervento privato. Se quell’equilibrio diventa variabile, se gli impegni sul verde possono essere ridiscussi quando risultano scomodi, allora la tutela ambientale diventa negoziabile. E questo riguarda ogni città. Chiediamo all’amministrazione di: Rinunciare al ricorso al Consiglio di Stato. Confermare la tutela del verde nell’Area San Francesco secondo quanto previsto dalla convenzione del 1993. Avviare una riprogrammazione dell’area basata su rigenerazione, fruibilità pubblica e resilienza ambientale. Firmando questa petizione, confermiamo che il territorio è un patrimonio collettivo da gestire con responsabilità, coerenza e visione a lungo termine.
Perché il nodo è semplice: le convenzioni urbanistiche sono strumenti giuridici che regolano l’equilibrio tra interesse pubblico e intervento privato. Se quell’equilibrio diventa variabile, se gli impegni sul verde possono essere ridiscussi quando risultano scomodi, allora la tutela ambientale diventa negoziabile.
E questo riguarda ogni città.
Verde urbano: infrastruttura, non ornamento
Ogni metro quadrato impermeabilizzato produce effetti misurabili: aumento del rischio idraulico, incremento delle isole di calore, riduzione della capacità di assorbimento del suolo, perdita di spazi pubblici.
Il verde urbano non è arredo. È infrastruttura ambientale.
È mitigazione climatica, qualità dell’aria, salute pubblica, equilibrio idrogeologico.
In un Paese fragile come l’Italia, dove il consumo di suolo continua a crescere e il dissesto idrogeologico è una costante emergenza, sostenere che la rigenerazione debba prevalere sull’espansione non è ideologia: è buon senso pianificatorio.
Area San Francesco petizione contro ricorso del Comune di San Donato Milanese al Consiglio di Stato dopo la sentennza del TAR, una vergona. Soldi dei cittadini usatoi per eliminare vincoli ambientali

Rigenerare significa intervenire sull’esistente.
Significa aumentare permeabilità e alberature.
Significa progettare resilienza, non moltiplicare volumetrie.
Una scelta di coerenza istituzionale
Rinunciare al ricorso sarebbe un segnale chiaro su tre piani:
rispetto delle convenzioni urbanistiche sottoscritte;
coerenza istituzionale nei confronti delle decisioni della giustizia amministrativa;
visione di lungo periodo per una città adattiva e resiliente.
Non si tratta di essere contro lo sport o contro lo sviluppo.
Si tratta di stabilire quale sviluppo sia compatibile con gli impegni presi e con le esigenze ambientali del nostro tempo.
La petizione chiede:
il ritiro del ricorso al Consiglio di Stato;
la conferma integrale della quota di verde prevista dalla convenzione del 1993;
l’avvio di una nuova pianificazione fondata su rigenerazione, fruibilità pubblica e resilienza ambientale.

Difendere un principio, non solo un’area
Se la tutela del verde diventa subordinata alla pressione edificatoria, il messaggio è chiaro: gli accordi ambientali sono reversibili.
Se invece si afferma che un impegno pubblico va rispettato, si rafforza un principio di civiltà giuridica e ambientale.
San Donato Milanese è oggi un caso emblematico.
Ma la questione è nazionale.
Il territorio è un bene comune.
La sua difesa non è un’opzione politica: è una responsabilità collettiva.
E questa responsabilità riguarda tutti.
Link alla petizione:
https://www.change.org/p/fermiamo-il-ricorso-contro-la-tutela-del-verde-a-san-francesco-san-donato-milanese


RecSando Rete Civica di San Donato Milanese e del Sud Est Milano

sabato 24 maggio 2025

Moonbound: da progetto solista di Fabio Trentini a band matura, un viaggio sonoro tra pop raffinato ed esplorazioni prog visionarie

Moonbound

  • Le origini: uno studio project raffinato e ricco di collaborazioni
  • Dal progetto solista alla band
  • Un’identità sonora tra pop d’autore e prog moderno
  • Gravity Reversed (Moonbound Live): il cuore pulsante del nuovo corso
  • Moonbound – L’Alchimia Sonora di un Viaggio Inarrestabile
  • Note su Fabio Trentini

Moonbound non è solo una band: è la forma sonora di un microcosmo visionario, sospeso tra rigore compositivo e slancio emotivo, nato dalla mente e dal cuore di Fabio Trentini. Polistrumentista, produttore e ingegnere del suono con un curriculum che intreccia eccellenze come Guano Apes, Le Orme, Stick Men e Marco Mattei,

Fabio Trentini ha forgiato Moonbound come si scolpisce un’opera d’arte: con precisione tecnica, immaginazione sonora e un gusto raro per l’equilibrio tra complessità e accessibilità. Il risultato è un progetto in continua metamorfosi, capace di attraversare stagioni sonore diverse senza mai perdere coerenza, grazie a un linguaggio musicale che coniuga l’eleganza del pop d’autore e la profondità strutturale del prog più ispirato. Un suono che emoziona e affascina, frutto di un’intelligenza musicale che sa essere tanto analitica quanto profondamente umana.

Le origini: uno studio project raffinato e ricco di collaborazioni

Moonbound prende forma inizialmente come un’entità da studio, solistica e in continua evoluzione, con Fabio Trentini nel ruolo centrale di cantante, bassista, autore e produttore, affiancato da una schiera mutevole ma sempre prestigiosa di musicisti di altissimo livello internazionale, tra cui:

  • Pat Mastelotto (King Crimson, Mr. Mister, Stick Men)
  • Markus Reuter (Centrozoon, Stick Men, The Crimson ProjeKct)
  • Tony Levin (Peter Gabriel, King Crimson, Liquid Tension Experiment)
  • Dave Gregory (storico chitarrista degli XTC)
  • Tim Pierce (chitarrista session man per Phil Collins, Michael Jackson, Bruce Springsteen)


Questa rete di collaborazioni ha arricchito la musica di Moonbound con influenze eterogenee, contribuendo a delineare un sound estremamente curato, dove il pop elegante si intreccia con suggestioni progressive ed elettroniche. Il risultato è uno stile unico, a cavallo tra un Pop Elegante e un Prog Visionario, reso coerente e riconoscibile grazie alla forte impronta stilistica di Fabio Trentini e a una costante attenzione alla qualità sonora.
La discografia parte nel 2008 con Confession and Release, prosegue con Peak of Eternal Light e culmina nel 2015 con Uncomfortable News From The Moon. Nel 2024 vengono pubblicati Back to Square Four (EP) e And Besides…, raccolta di B-sides e inediti, che offre uno sguardo retrospettivo ma coerente sull’intero percorso del progetto.

Dal progetto solista alla band

Il vero punto di svolta arriva nel 2023, quando Moonbound si evolve in una vera band, in cui ogni componente partecipa in modo creativo ed egualitario, pur restando le composizioni a firma di Fabio Trentini.
Al suo fianco entrano stabilmente:

  • Maurizio Masi (già batterista del Banco del Mutuo Soccorso)
  • Matteo Ballarin (chitarrista per Aldo Tagliapietra, già al fianco di Gianna Nannini)
  • Alessandro Papotto (fiati e tastiere, membro storico del Banco del Mutuo Soccorso e fondatore di Periferia del Mondo)


A completare la formazione live, Francesco Signorini, amico e collaboratore di vecchia data, arricchisce l’organico durante le esibizioni dal vivo.
Pur mantenendo la guida compositiva di Fabio Trentini, la nuova incarnazione di Moonbound è profondamente collettiva e creativa: ogni componente contribuisce con la propria visione e sensibilità musicale, trasformando l’ex progetto solista in una band a tutti gli effetti.

Un’identità sonora tra pop d’autore e prog moderno

Lo stile dei Moonbound è una raffinata miscela di pop colto anni ’80 e rock progressivo contemporaneo. Le influenze evocano Peter Gabriel, le atmosfere sospese dei Porcupine Tree, il gusto per l’imprevedibilità dei Gong, con inserti di elettronica e un approccio alla produzione sempre estremamente dettagliato.
La voce duttile e narrativa di Fabio Trentini guida l’ascoltatore in un viaggio fatto di introspezione e dinamismo, dove ogni brano è una piccola suite, capace di accarezzare l’anima o scuoterla con accenti più decisi, senza mai perdere eleganza o intensità.

Gravity Reversed (Moonbound Live): il cuore pulsante del nuovo corso

Pubblicato il 21 marzo 2025, Gravity Reversed rappresenta un momento cardine nella storia dei Moonbound: non solo un album dal vivo, ma il manifesto sonoro della nuova identità della band. Non si tratta di un semplice live, ma di un “live in the studio” dal concept curato e immersivo, sulla scia delle esperienze create da progetti come gli Snarky Puppy.
In Gravity Reversed, un pubblico selezionato assiste alla performance dei Moonbound seduto accanto ai musicisti, ascoltando in cuffia un mix audio cristallino e coinvolgente, curato con maestria dai fratelli Di Nunzio negli studi NMG. Un’esperienza intima e intensa, molto più simile a un viaggio immersivo che a un classico concerto.
La scelta di questa formula non è casuale: ha permesso alla band di catturare dal vivo l’energia e l’interazione tipiche di un’esibizione, ma con una qualità sonora e una concentrazione esecutiva superiore. Inoltre, ha consentito la realizzazione di videoclip ad alto impatto visivo ed emozionale, parte integrante della narrazione dell’album.
Il repertorio include brani provenienti da tutta la discografia: If I Were, Tired of Being Good, Twenty Years, Nina, What Will Be Left, Dreams Are Funny Sometimes, Confession and Release, That’s the Truth, The Right Day for Goodbyes, Hero & Zero. Tutti reinterpretati con nuova energia, sensibilità collettiva e un interplay che rivela la piena maturità della band.
Accanto alla band stabile – Trentini, Masi, Papotto e Ballarin – è presente anche Francesco Signorini per completare l’organico. La produzione artistica e il mixaggio vedono ancora una volta il contributo di Markus Reuter, che oltre a essere co-produttore storico del progetto, è anche il discografico ufficiale di Moonbound, grazie all’etichetta Unsung Records, con cui pubblica l’intera discografia. Un sodalizio duraturo, che unisce visione artistica e cura editoriale da quasi vent’anni.

Tracklist:
1 – If I Were
2 – Tired Of Being Good
3 – Twenty Years
4 – Nina
5 – What Will Be Left
6 – Dreams Are Funny Sometimes
7 – Confession And Release
8 – That’s The Truth
9 – The Right Day For Goodbyes
10 – Hero & Zero

The Band:

  • Matteo Ballarin: guitars, backing vocals
  • Alessandro Papotto: saxophone, clarinet, flute and keyboards
  • Maurizio Masi: drums and percussion
  • Fabio Trentini: compositions, lead vocals, bass, bass pedals
  • E dal vivo con la partecipazione di Francesco Signorini: keyboards

 

Moonbound – L’Alchimia Sonora di un Viaggio Inarrestabile

Moonbound oggi è una band viva, coerente e audace, capace di attraversare mondi musicali diversi con personalità, eleganza e spirito di esplorazione. Gravity Reversed non è solo una tappa discografica: è una dichiarazione di intenti, una finestra sull’identità profonda del gruppo, e un invito all’ascoltatore a entrare nel loro universo, con un livello di intimità e coinvolgimento raro nella musica contemporanea.
Una band che ha finalmente preso forma nella sua essenza più autentica, pronta – guidata da una visione comune e da un cammino condiviso – a lanciarsi verso nuovi orizzonti sonori, con lo sguardo rivolto al futuro. Con Gravity Reversed, non assistiamo semplicemente a una nuova uscita discografica, ma a un vero e proprio atto di presenza. È la voce matura di una band che ha trovato se stessa, che si racconta senza maschere, che invita l’ascoltatore a immergersi nel proprio mondo fatto di suoni intimi, paesaggi siderali e vibrazioni profonde.

E allora che il cammino prosegua. Che Moonbound trovi le platee che merita, i festival che sappiano accoglierne la grandezza e la delicatezza. Perché certe alchimie, quando accadono, non vanno solo ascoltate: vanno celebrate.

Note su Fabio Trentini
Gli artisti con cui Fabio Trentini ha lavorato come produttore del suono ( Ingegnere del suono (mix engineer)

ROBO SAPIENS (Austria/Italia), (con Thomas Lang & Milan Polak), STICKMEN (USA), (Pat Mastelotto, Tony Levin, Markus Reuter), GUANO APES (Germania), DONOTS (Germania), SUBWAY TO SALLY (Germania), MR.MISTER (USA), PADDY KELLY (Irlanda), SASHA (Germania), il produttore di Sting PETE SMITH (Regno Unito), il produttore degli Yes e dei Mr.Mister PAUL DEVILLIERS (USA), DADA ANTE PORTAS (Svizzera), MOONBOUND (Italia/USA), TUNER (USA),
(con Markus Reuter, Pat Mastelotto, Peter Kingsbery dei Cock Robin e Danny Wilde dei The Rembrandts, tra molti altri), THE INTERSPHERE (Germania), MILAN POLAK (Austria), (con Randy Coven, Joe Macaluso, Dennis Leeflang, Simon Michael Schmitt, Kip Winger e molti altri), DAN D (Slovenia), 3 COLOURS RED (Regno Unito), JASON PERRY degli “A” (Regno Unito), UNCLE HO (Germania), PHIL MATURANO (USA), NON VOGLIO CHE CLARA (Italia), NAKED TRUTH (Italia/USA/Regno Unito), (con Lorenzo Feliciati, Pat Mastelotto, Roy Powell & Graham Haynes), GLOW (Germania), F.R.O.M. (Repubblica Ceca), UNDERWATER CIRCUS (Germania),
e molti altri…

Alcuni Artisti dove Fabio Trentini ha suonato (per lo più come bassista e/o cantante, in studio, dal vivo o in jam session)

ROBO SAPIENS (Austria/Italia), (con Thomas Lang & Milan Polak), H-BLOCKX (Germania), LE ORME (Italia), OLIVER ONIONS (Italia), MARCO MINNEMANN & ILLEGAL ALIENS (Germania/USA), (con TM Stevens, Peter Woelpl e molti altri), SUBWAY TO SALLY (Germania), PADDY KELLY & THE KELLY FAMILY (Irlanda), NINA HAGEN (Germania), SASHA (Germania), BANCO DEL MUTUO SOCCORSO (Italia), LA STORIA NEW TROLLS (Italia), STEWART COPELAND (USA), (The Police), DAVID CROSS (Regno Unito – violinista dei King Crimson), THOMAS LANG (Austria), (batterista per Falco, Robbie Williams, Steve Hackett, Gianna Nannini, Asia e molti altri), HENRY PADOVANI (Francia) (ex chitarrista dei The Police), DADA ANTE PORTAS (Svizzera), MOONBOUND (Italia/Germania/USA), (progetto solista di Fabio con Markus Reuter, Pat Mastelotto, Dave Gregory, Tony Levin, Tim Pierce, Steve Farris, Steve George e molti altri), NAKED TRUTH (Italia/USA/Regno Unito), (con Lorenzo Feliciati, Pat Mastelotto, Roy Powell & Graham Haynes), MILAN POLAK (Austria), (con Randy Coven, Joe Macaluso, Dennis Leeflang, Simon Michael Schmitt, Kip Winger e molti altri), SUB7EVEN (Germania), ALL ENDS (Svezia), DOWN BELOW (Germania) MARCO MATTEI (Italia – Vocals nella traccia 2 e 9  in Age Of Frafility )



martedì 13 maggio 2025

“Il Tamburo di Nicea”


 

C’era una volta, in un tempo che poteva essere ieri o domani, una Terra che tremava, stanca dei passi pesanti dell’uomo e dei suoi fuochi senza misura. Nei Campi Flegrei, là dove i vulcani dormono come draghi, la terra iniziò a parlare: non con parole, ma con scosse, vapori e crepe nei muri. Gli uomini corsero fuori da scuole e templi, i treni si fermarono come bestie spaventate, e qualcuno cominciò a chiedersi se non fosse un messaggio.

Fu allora che si udì un tamburo antico, suonare da un luogo che pochi ricordavano: Nicea, la città dove un tempo si erano incontrati gli spiriti della fede per costruire un sogno comune. Ma il suono non era soltanto un richiamo spirituale: era un invito a tutte le creature, un segnale di convocazione.

Il Tamburo era stato risvegliato da Leone XIV, un vecchio saggio vestito di bianco, che parlava poco ma guardava con occhi profondi. Aveva ereditato un libro dimenticato: “Il Codice della Concordia”, scritto con inchiostro di luce dai viandanti del tempo. Quel codice conteneva sette simboli, uno per ogni crisi del mondo, e ognuno chiedeva un’azione.

Il primo simbolo era il Sole diviso. L’energia, un tempo donata agli uomini per vivere in armonia con la Terra, era diventata merce e veleno. Ma ora, il Sole stesso, offeso ma speranzoso, offriva la sua mano: “Chi costruirà case che respirano luce? Chi piantumerà tetti di fotoni e cuori di silicio?”

Il secondo simbolo era l’Ascia rovesciata. La guerra tra Est e Ovest, tra aquile e orsi, falchi e colombe, si avvicinava al suo momento decisivo. Si parlava di un incontro impossibile: tre re guerrieri (uno dei quali si diceva venisse dal paese dell’oro e dei tweet) avrebbero forse parlato in Turchia, terra di crocevia e profezie. Ma nessuno osava sperare davvero.

Il terzo simbolo era la Fiamma dei Mille, e ardeva nelle fabbriche chiuse, nei licenziamenti, nei cuori dei lavoratori dimenticati. In un paese orientale, però, qualcuno aveva acceso una candela: “Pasti amorevoli” per chi non poteva comprare più tempo. E il mondo si domandò: “È forse lì il principio del ritorno alla comunità?”

Il quarto simbolo era la Scheda Vuota. In un regno chiamato Democrazia, pochi credevano ancora nella magia del voto. Eppure, cinque domande fluttuavano nell’aria, come piume. “Vuoi restare uomo o diventare macchina?” “Vuoi vendere l’acqua o custodirla?” “Vuoi muri o ponti?” Solo chi avrebbe risposto sinceramente, avrebbe potuto vedere il prossimo simbolo.

Il quinto simbolo era la Rosa della Concordia. Per sbocciare, aveva bisogno di due mani: una dell’Est e una dell’Ovest. Ma le mani tremavano, diffidavano, ancora impugnando lame invisibili. Allora il Tamburo parlò ancora, questa volta nel silenzio, e le mani cominciarono a tendersi. Poco a poco.

Il sesto simbolo era la Mappa delle Ombre, una pergamena che mostrava i luoghi della sofferenza: Gaza, il Libano, la Cina delle prigioni invisibili. Leone XIV la guardava ogni sera, pregando che le ombre si trasformassero in volti, che i muri si dissolvessero nei canti.

Il settimo e ultimo simbolo era l’Albero che Cammina. Si racconta che un giorno, quando l’umanità avrà ascoltato tutti e sei i precedenti simboli, un albero si staccherà dalle radici, e camminerà fino al centro del mondo. Lì pianterà se stesso, e da quel punto nascerà la nuova civiltà: la Civiltà dei Custodi.

Fu allora che apparvero i Bambini del Futuro. Non avevano ancora volto, ma avevano voce. E dissero:

“Costruite città che respirano, non che soffocano. Accendete energie che curano, non che bruciano. Disarmate le parole, prima delle mani. Custodite il tempo, non consumatelo. E se ascolterete il Tamburo, potrete trovare la strada per l’Ottavo Simbolo: la Rinascita.”

E così fu che, in mezzo a terremoti, guerre, bonus e schede elettorali, l’umanità comprese che la favola era vera, e la realtà era solo un sogno che doveva ancora svegliarsi.

La chiamata della Sequoia Il giorno in cui la notizia trasformò il tempo

 

La Chiamata di Sequoia

 
Nell’anno 2027, l’umanità entrò in una nuova fase: il Rinascimento Digitale. Ma tutto iniziò da un evento apparentemente casuale: Donald Trump, ritiratosi a vita privata in una lussuosa villa tra Istanbul e la rete neurale globale, decise di fare una chiamata. Una sola. A due uomini: Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.

L'obiettivo era uno solo, dichiarato in modo tanto semplice quanto inquietante: “Ragazzi, la guerra è uno spettacolo finito. Facciamo pace. Ma la facciamo a modo mio.”
 
Il luogo prescelto fu Istanbul, ora interamente alimentata da server quantistici e gestita da iPapa, un'intelligenza artificiale ispirata all'attuale Pontefice, che nel 2025 aveva rilasciato il celebre messaggio “Disarmiamo la comunicazione da odio, pregiudizi e fanatismi”. Il Vaticano, nel frattempo, si era fuso con un consorzio etico di tecnologi spirituali cingalesi.
Nell’ombra, però, si muovevano altre forze. Hamas, dopo una trattativa segreta con gli Stati Uniti — condotta da un interprete poetico afghano — aveva liberato Edan Alexander, l’ultimo ostaggio vivo, in cambio della promessa di un campo quantico per l’agricoltura rigenerativa a Gaza. Israele non fu invitato. L'India protestò: “Trump si illude di decidere le guerre del mondo da solo. Non ci basta un iPhone in vetro per dimenticare il Kashmir.”
Nel frattempo, la Apple — ora ribattezzata Alkemia Inc. — aveva lanciato macOS Sequoia 15.5, un sistema operativo installabile sugli alberi. Sì, alberi. In alcune città-pilota, come Bologna, Tel Aviv e Chandigarh, le querce centenarie venivano dotate di neuroni sintetici e comunicavano fra loro tramite AirDrop vegetale.
L’iPhone del 2027 era diventato una leggenda urbana: tutto in vetro, senza soluzione di continuità, capace di riflettere i pensieri dell’utente e, in certi casi, i ricordi non ancora accaduti. Alcuni dicevano che il vetro provenisse dal piombo trasmutato in oro dal Cern, grazie a una scoperta marginale e temporanea, ma di enorme potenziale simbolico.
In uno di questi esperimenti, però, accadde l’imprevisto. Il piombo-oro — così veniva chiamato quell’elemento ibrido — divenne stabile per 27 secondi, abbastanza per incidere su una lastra d’oro un messaggio: “Il tempo è una pizza. Noi siamo la farcitura.”
Nessuno comprese davvero il significato. Ma da quel giorno, il prezzo della pizza salì vertiginosamente. Alcuni dissero che il piombo-oro influenzasse la lievitazione cosmica. Altri sospettavano l’intervento di una setta chiamata "Gli Impastatori del Futuro", con sede a Napoli e base segreta sulla Luna.
Nel frattempo, il mondo sembrava trattenere il fiato. Le guerre rallentavano, le religioni si aggiornavano, la fisica tornava ad avere una morale. E da un vecchio server dimenticato, partì un ultimo segnale, firmato da iPapa:
“Abbiamo creato l’oro. Ora creiamo valore.”
E così cominciò l’Era della Sequoia, dove ogni cosa era interconnessa, ogni parola registrata, ogni memoria trasformata in energia, e la pace — finalmente — divenne un algoritmo condiviso

sabato 10 maggio 2025

Cerchi nell'acqua

 

Cerchi nell’acqua, cerchi nei prati
“Il futuro non appartiene a chi alza muri, ma a chi costruisce cerchi.”

All’inizio erano pochi. Si sedevano in cerchio, senza palco né microfoni. Solo occhi, parole e silenzi condivisi. Non c’era un leader, solo l’urgenza di ascoltarsi, di capirsi, di costruire qualcosa che valesse per tutti. Parlare, sì, ma soprattutto ascoltare. Così nascevano idee, si scioglievano incomprensioni, si accendevano scintille.

Poi un altro cerchio, poco distante. E un altro ancora. Come funghi dopo la pioggia, i cerchi spuntavano spontanei nei parchi, nelle piazze, nei cortili delle scuole, nei giardini dimenticati. Non era un movimento organizzato. Era un sentire comune. Un bisogno antico e nuovo insieme: tornare tribù, tornare umani.


 

A guardarli dall’alto sembravano onde. Onde che partono da sassi lanciati con amore. Ogni parola detta, ogni gesto gentile, ogni ascolto profondo: un sasso nell’acqua. Le onde si allargavano, si toccavano, si fondevano. Nessuno sapeva da dove fosse partito il primo cerchio, ma tutti capivano che stava succedendo qualcosa.

La città cambiava, ma non con ruspe o cantieri. Cambiava con la voce delle persone. Con i sogni messi in comune. Con il coraggio di dire “noi”, in un tempo che aveva fatto del “mio” una religione.

Forse è così che si costruisce il futuro. Non da soli, ma cerchio dopo cerchio. Onda dopo onda. Senza eroi. Solo esseri umani che si incontrano, e decidono che è ora di smettere di urlare da soli, e ricominciare a parlarci.

“Il futuro non appartiene a chi alza muri, ma a chi costruisce cerchi.”

lunedì 5 maggio 2025

Progresive Rock: " Suoni per la mente

 

Progressive Rock: “Suoni per la mente”

Progressive Rock: il suono che accende il pensiero
Progressive Rock: il suono che accende il pensiero

Nel panorama musicale dominato da canzoni usa-e-getta, refrain costruiti a tavolino e ritmi appiattiti per essere “radio friendly”, il Progressive Rock resta un baluardo di resistenza artistica, un atto di ribellione culturale e spirituale. Non è solo un genere musicale: è un linguaggio, un viaggio mentale, un’esperienza di ascolto profonda che stimola la riflessione, accende il pensiero e apre finestre su nuove angolazioni della realtà.
Nato alla fine degli anni ’60, il prog (come viene affettuosamente chiamato dai suoi appassionati) ha rotto gli schemi del mercato musicale: non si piega alle regole della fruizione veloce, rifugge i brani da tre minuti confezionati per la radio, e spesso costruisce interi album come suite narrative, dove ogni canzone è un capitolo inscindibile dell’opera. Interrompere l’ascolto è come chiudere un libro a metà di una frase.

“Progressive: Il Pensiero in Musica” - L'arte di pensare con le orecchie

La forza del progressive sta nella sua capacità di fondere linguaggi: musica classica, jazz, elettronica, psichedelia e rock si contaminano in strutture complesse, tempi dispari e arrangiamenti elaborati. Ma ciò che rende questo genere davvero unico è la sua missione: non solo intrattenere, ma comunicare, raccontare, interrogare. Le band progressive non cantano (solo) d’amore o disimpegno: parlano di scienza, religione, ecologia, esistenza, futuro, società. Raccontano la solitudine dell’uomo moderno, l’alienazione, il sogno e la distopia, spesso anticipando temi che solo anni dopo diventano parte del dibattito pubblico.
Ascoltare prog significa dedicare tempo alla musica, come si fa con un film d’autore o un romanzo denso. È un invito all’ascolto attivo, non passivo. È allenare la mente alla complessità, al dubbio, al pensiero critico. In un’epoca in cui tutto ci spinge alla semplificazione estrema, alla distrazione costante e all’omologazione del gusto, il progressive rock è resistenza culturale.

“Album come Mondi: Iconografia del Progressive” - Copertine come opere d'arte

Non è un caso se molte copertine prog siano diventate iconiche. Basti pensare ai lavori visivi di Roger Dean per gli Yes o alle visioni oniriche delle copertine dei King Crimson. Ogni album è pensato come un’opera d’arte totale, dove musica, testo e immagine si fondono in una narrazione coerente e potente. L’ascoltatore viene immerso in un mondo sonoro e visivo, dove nulla è lasciato al caso.

Un genere non per tutti. E proprio per questo necessario.

Il progressive rock è raro in radio, nei talent, nelle playlist che scorrono sui social. È un genere “scomodo”, perché non ammicca, non si lascia semplificare, non si consuma in fretta. È musica “colta” nel senso più nobile: chiede all’ascoltatore di essere parte attiva, di mettere in gioco l’attenzione e le emozioni, e in cambio offre intuizioni, bellezza, visioni.
Oggi meno si pensa, più si è manovrabili. In questo contesto, il prog è un gesto politico, una dichiarazione di indipendenza dell’intelletto. Non serve solo alle orecchie, ma nutre la mente. E nel suo essere minoritario, trova la sua forza.
Perché se c’è una musica che può ancora cambiare il modo in cui guardiamo il mondo, quella musica è – senza dubbio – il Progressive Rock.